Le parole con cui io ti ho lasciato sono le stesse parole con cui tu mi hai lasciato. Sono quelle scontate, banali, di chi non sa che parole usare. Sono le parole che usano tutti. Sono gli Scusa e i Mi dispiace. Sono le parole stupide che speri di non dover dire più. Sono le pause tra una parola e l’altra. Sono i sospesi di un pensiero testardo che non demorde. Sono le parole dette una volta sola oppure sono le parole dette tante volte, perché a volte le parole non bastano. Sono le parole di chi dice «E’ colpa mia». Sono le parole più odiose, sono le parole di una telenovela brasiliana di quarta categoria. Eppure, sono parole tue. E pensare che mi piacevi. Sono le tue ultime parole.
Da quando ti ho lasciato, le parole che ho usato sono quelle scontate, banali, di chi non ne vuole parlare. Sono le parole di chi non ha parole. Sono le parole di una canzone ambigua che ascoltavo quando c’eri tu e che ora suona qui al posto tuo. Sono quelle di una scritta ridicola su un pigiama che non indosso apposta. Sono i nomignoli cretini che ci siamo dati io e te e che ho regalato a un amico perché non sapevo più che farmene. Sono le parole cattive per chi non c’entra niente. Sono le parole ammiccanti per chi ha preso il tuo posto. Sono le parole di chi mi chiede Come va. Sono le parole di un discorso in cui grazie a Dio si parla d’altro. Sono fiumi di parole, perché a volte le parole non bastano mai.
Da quando mi hai lasciato, le parole che ho usato sono le stesse parole che dicevo a te. Le ho usate ormai centinaia di volte, le ho consumate. E ora, finalmente, sono solo parole.
Le parole con cui ti ho lasciato non ci sono perché io non ho usato parole, per non dovermi poi pentire. Sono le parole di chi non ha parole. Sono le parole di chi pensa che le parole non servano. Sono le parole che mi tengo per me. Sono le parole che prima o poi mi pentirò di non aver usato. Erano le parole che avrei voluto dirti.
Quelle parole tornano di sera, quando la sera finalmente arriva e, con tutte quelle parole a far compagnia, sembra non voler finire mai.
Cavolo, un mese. Non ero mancata mai così tanto da questo posto. Ci sono tornata ogni giorno per salutare chi nel frattempo passava. Ma non gli ho affidato più nulla. Non una parola, non un pensiero arrabbiato o triste. Eppure ce ne sarebbe stata l'occasione. Un altro treno, un'altra delusione. Ma ormai è tutto previsto, tutto calcolato. Non ci sorprende più, giusto?
Non ci ho messo nemmeno pensieri felici. Anche questo avrei potuto farlo. Un altro treno. Altri sorrisi ad attendermi. Una serata che comunque vada ti senti lo stesso a casa.
Non ho scritto nulla di tutto questo, non ho scritto nulla di tutto quello che è successo dopo. Forse perchè alla fine non c'è molto altro di nuovo da dire. Vivo, rifletto, metabolizzo, guardo avanti, inciampo ma non casco più. Ricomincio insomma.
Ritorno, ritorno presto e alla grande. Questo posto mi manca. Ma in questi giorni sono stata con me, in silenzio.
Ci sono dei primi piani dentro me che fanno male. Si, dei primi piani, quelli con la telecamera... perchè non te l'ho detto mai, ma nella mia testa avevo costruito una palazzina, anzi più che una palazzina era una villetta, a due piani. Il piano terra era mio, il primo tuo. E non sai quanto mi piaceva che fosse così. Sapevo che c'eri. Preparavo la cena e ti chiamavo. Mi mancava il vino bianco e te me lo portavi. Anche quando a volte mi si rompevano delle tubature, bastava fare un fischio e tu eri li in un attimo. E quando non ci vedevamo? Quando eravamo troppo indaffarati io mi ritagliavo un attimo nella giornata, mi sedevo in salotto a testa insù, in silenzio e tranquilla ascoltavo i tuoi passi che veloci andavano avanti e indietro. Stavo bene. E poi avevo preso l'abitudine di scrivere. Per farti un dispetto, sui muri esterni della villetta scrivevo tutte le cose che succedevevano, tutti i segreti che riuscivo a carpirti, le birre insieme, il mio meravigliarmi di qualche attenzione che non m'aspettavo. Ci ho scritto anche "che strega", ero orgogliosa che mi chiamassi in quel modo, così orgogliosa che c'ho fatto una scritta grandissima, lei sola, sul tetto. Di quel nome ci ho fatto il mio simbolo. E la gente passava e rideva. Era persino invidiosa a volte. Non in manieta cattiva però. Dove c'ero io, c'eri tu.
Adesso tutto è cambiato. La mia casa fa acqua da tutte le parti e non posso chiamarti perchè al piano di sopra sento tanti passi che non conosco. E non mi va di interromperti e disturbarti. E ancora, quando nelle mie giornate indaffarate riesco a ritagliarmi un attimo di tempo, mi siedo e ascolto. Ma niente. Non un rumore, non un passo. Non sei in casa.
E allora ho imparato. Ho imparato ad evitare gli zoom. Preferisco le panoramiche, ora. Gardare tutta la citta. E devo dire che aiuta. Auita tanto vedere tutte le altre cose che so fare, le cose che mi piacciono, i giardini pubblici pieni di persone che tengono a me, gli interessi, le domeniche in giro, i treni e in lontananza, il mare.
E' solo che ogni tanto il pensiero ritorna a quell'angolo di città sempre più in silenzio, la gente ci passa davanti del tutto indifferente e il tempo ha ormai sbiadito quasi tutte le scritte. Tutte tranne una. Quella andrà via con me.
E' un periodo in cui va così. Chi mi conosce, chi sa, avrà sicuramente capito che io non sono io. Non lo sono più da un po' ormai. In tutti questi mesi -a pensarci bene non sono più mesi, ma anni- non ho fatto altro che sentirmi ripetere che non mi si riconosceva. Non c'era più la ragazza rompipalle, non c'era più la ragazza che rideva e scherzava, quella che piuttosto che stare da sola a casa preferiva sempre il solito noioso pub. Non c'era più la ragazza che credeva nell'amicizia, nei rapporti che ti fanno stare bene. In quel rapporto.
Chi mi conosce, chi sa, avrà sicuramente capito che quella ragazza non tornerà più.
Ci sono cose, persone, affetti che non riconosco più come miei. Ma non fa male. E' come se qualcuno, non solo avesse costruito intorno a me una grossa bolla trasparente, ma abbia avuto anche la pazienza di farla semipermeabile.
E così ci sono dei giorni che tutto mi passa davanti come se fossi al cinema a guardare un film scadente. Nessuno scossone, nessuna vertigine, nessun effetto. Nulla.
Ma ci sono degli attimi, pochi minuti che arrivano inaspettati, in cui qualcosa soffia e si fa spazio nella mia bolla. Ci sono cose, anche le più impensate, che toccano la carne scoperta, quella non ancora guarita del tutto.
E allora mi ritrovo a commuoverni per delle cose sciocche. Per uno sguardo di un amico in un posto insolito, per una frase letta dal professore a lezione, per una canzone, per una foto. Stasera è per questo:
"Cerca altrove quello che ti manca,
dà ad altri quello che a me non sai dare,
trova il modo per realizzare il sogno,
e torna da me quando di me non avrai bisogno.
L'esame in cui mi impegnerò di più è il prossimo;
Il sogno più importante è quello che ancora devo realizzare;
Quel libro interessante che volevo leggere lo comprerò domani, oggi sono troppo impegnata;
Il ragazzo con cui mi dimenticherò di te ancora non l'ho conosciuto.
... è che vivo la mia vita come se la guardassi da un cannocchiale, mentre semplicemente mi servirebbero un paio di occhiali (da ipermetrope).
"E lontano, lontano nel tempo
qualche cosa negli occhi di un altro
ti farà ripensare ai miei occhi,
i miei occhi che t'amavano tanto.
E lontano, lontano nel mondo
in un sorriso sulle labbra di un altro
troverai questa mia timidezza
per cui tu mi prendevi un po' in giro
E lontano lontano nel tempo
l'espressione di un volto per caso
ti farà ricordare il mio volto,
l'aria triste che tu amavi tanto.
E lontano, lontano nel mondo
una sera sarai con un altro
e ad un tratto chissà come e perchè
ti troverai a parlargli di me
di un amore ormai troppo lontano ...."
Fare il resoconto di queste vacanze non è semplice. Quest'estate è stata piena di sfumature. E di scoperte. E di ritorni.
E' ritornata la mia voglia, la consapevolezza del perchè ho deciso di studiare storia. E' tornata così, inaspettatamente mentre facevo conversazione con un amico. E' tornata così forte che il mio interlocutore quasi riusciva a toccarla.
Ho riscoperto un ragazzo che pensavo cambiato, dopo tutto questo tempo. Sono bastate due parole e una birra a metà per vederlo così come quando l'avevo conosciuto. Sono bastate due parole e una birra a metà per riscoprire la parte di me che l'amava, per ricordare perchè l'amava.
Ho rinforzato rapporti che pensavo sarebbero rimasti sempre superficiali. Inaspettatamente invece...
Ho ripassato mentalmente un'amicizia che ho da una vita. Ho ricordato perchè la mantengo e la coltivo ancora adesso, ma anche perchè a volte ho sentito la necessità di mantenerne le distanze.
Ho scoperto la voglia di tornare a Bologna, ma questa volta non per scappare da un dolore troppo forte. Solo per vivere appieno le cose che mi aspettano.
Tu ancora non ci sei e non so se ci sarai domani. La mancanza di te, di noi continuo a sentirla ancora. E tanto. Ma adesso vedo più chiara la consapevolezza che nonostante tutto sono "ricca". Ricordo il tuo sguardo che mi amava. E penso che poche persone hanno avuto la fortuna di essere guardate così da te. E ricordo che era ugualmente incredibile vederti con i miei occhi. E mi sento grande.
Sono sul solito autobus, l'iPod passa "Whislist" e sul mio viso ci sono le solite lacrime. Le stesse di tutte le volte che parto. A volte mi chiedo se ci sarà mai una partenza asciutta, se quelle lacrime prima o poi smetteranno di scendere.
Guardavo le luci accese nonostante non fosse ancora sera e accanto a me due bambini si litigavano quel paesaggio: "E' mia questa citta" "No, è mia" "No, è anche un po' mia.
Vedete bimbi... Questa città, le città in genere, le persone, che a loro volta sono piccole città che camminano... Tutte queste cose non sono di nessuno. Un giorno le incontri, le attraversi, prendi tutto quello che puoi e infine le lasci andare.
E la luna bussò dove c'era il silenzio
ma una voce sguaiata disse
"Non è più tempo"
quindi spalancò le finestre del vento
e se ne andò a cercare un po' più in là
qualche cosa da fare
dopo avere pianto un po'
per un altro no, per un altro no...