Non voleva lasciarsi prendere dallo squallore dell'ambiente, e per far ciò si concentrava sullo squallore dei loro arnesi elettorali -quella cancelleria, quei cartelli, il libricino ufficiale del regolamento consultato a ogni dubbio del presidente, già nervoso prima di cominciare- perchè questo era per lui uno squallore ricco, ricco di segni, di significati, magari in contrasto uno con l'altro.
La democrazia si presentava ai cittadini, sotto queste spoglie dismesse, grigie, disadorne; ad Amerigo a tratti ciò pareva sublime, nell'Italia da sempre ossequiente a ciò che è pompa, fasto, esteriorità, ornamento; gli pareva finalmente la lezione di una morale onesta e austera; e una perpetua silenziosa rivincita sui fascisti, su coloro che la democrazia avevano creduto di poter disprezzare proprio per questo suo squallore esteriore, e per questa sua umile contabilità, ed erano caduti in polvere con tutte le loro frange e i loro fiocchi, mentre essa, col suo scarno cerimoniale di pezzi di carta ripiegati come telegrammi, di matite affidate a dita callose o malferme, continuava al sua strada.
...
In questi gesti, in questo immedesimarsi nelle loro provvisorie funzioni, Amerigo era pronto a riconoscere il vero senso della democrazia, e pensava al paradosso di essere lì, insieme, i credenti dell'ordine divino, nell'autorità che non proviene da questa terra, e i compagni suoi, ben coscienti dell'inganno borghese di tutta la baracca: insomma, due razze di gente che alle regole della democrazia avrebbero dovuto dargli poco affidamento, eppure sicuri gli uni e gli altri d'esserne i più gelosi tutori, d'incarnarne la sostanza stessa.
E' un racconto che avevo letto un po' di tempo fa. Poi, proprio l'altro giorno, ho avuto una discussione a riguardo con un imbecille. Roba da mettersi le mani nei capelli....
Oggi l'ho ritrovato in questo blog, e lo giro a voi. E' un po' lungo, ma ne vale la pena:
Il bar di una stazione qualunque. Di Stefano Benni.
Il bar della stazione della città di B. ronzava di gente.
Erano i giorni di punta dell'esodo vacanziero. Truppe valigiate e zainate riempivano e svuotavano i treni, attendevano stremate dal caldo, si accampavano nelle combinazioni più teatrali, dal presepe al bivacco militare.
E soprattutto si accalcavano alle casse del bar, inseguendo glaciali lattine e rugiadose bottiglie che, una volta conquistate, reggevano alte sulla testa come ostensori, o cullavano maternamente tra le braccia. Soldati in divisa guatavano nordiche rosee, chitarre di alternativi sfioravano teleobiettivi di samurai, mamme monumentali controllavano diserzioni di prole, babbi carichi come somari tentavano, con l'ultimo dito libero, di tenere al guinzaglio un botolo scatenato dagli afrori. Pazienti ferrovieri fornivano indicazioni a suorsergentesse di brigate rosariate mentre branchi di giovanetti si spostavano compatti, e le sponsorizzazioni delle magliette si confondevano con quelle degli zaini, tanto da farli sembrare un enorme polipoide pronto a scivolare dentro al treno da un unico finestrino.
Quattro africani, ognuno con la boutique al seguito, cercavano di piazzare mercanzia con alterna fortuna, un quinto riposava sdraiato tra collane, giraffe e occhiali neri, come il sultano di una reggia in liquidazione.
Due vecchie vestite di nero, in transito dalle isole, tagliavano fette di provola per una nidiata di marmocchi in mutande.
Un uomo obeso, sudato, beveva birra a collo e mostrava coraggiosamente al mondo due cosciotti da tirannosauro sboccianti da shorts fucsia con la scritta "SportLine". Un barbone camminava reggendo nella mano destra una busta con la casa e nella sinistra il guardaroba.
Un'antilope bionda, bellissima, ambrata, avanzò tra i tavoli accendendo i sogni di tutti i militari presenti, ma ahimè, poco dopo la affiancò un Thor in canottiera traforata a riccioli biondi che educatamente si mise in fila troneggiando sopra brevilinei calabresi e sbarbine romagnole già rombanti in pole position per la discoteca.
Si attendeva il 9,06 in ritardo, il 9,42 speciale, il 10,00 seconda classe settori B e C. Tutti erano partenzapèr o arrivodà.
Solo due clienti del bar sembravano indifferenti alla generale eccitazione, come separati dalla folla da un velo invisibile.
Uno era un occhiceruleo, con un vetusto completo kaki, bastoncino di canna e sandali con calzini di lana.
L'altro un uomo tozzo coi capelli corti, occhiali a specchio, e un completo blu di una certa eleganza. Erano seduti vicino all'entrata del bar. Il vecchio, che chiameremo il Parlante, sorseggiava una birra. L'uomo con gli occhiali neri, che chiameremo il Silenzioso, beveva svogliatamente un caffè freddo.
Chiaramente il Parlante aveva voglia di attaccare discorso e il Silenzioso no: ma in queste situazioni un Parlante è sempre in nettissimo vantaggio. Basta che parli. E cosi' fu.
- Certo, ce n'è di gente oggi - esordi'.
- Abbastanza - grugni' il Silenzioso.
- A me non dispiace, - prosegui' il Parlante, per niente scoraggiato dal preventivo mugugno - voglio dire, una stazione strapiena può dare ai nervi, ma una stazione vuota è triste. E poi, non so come spiegarle, questa gente che parte per le vacnze mi sembra più allegra, frenetica, ma piena di buonumore, non trova?
- Se lo dice lei - rispose il Silenzioso dietro la cortina degli occhiali.
- Io non parto - disse il Parlante, ormai lanciato. - Quest'estate resto in città, mia moglie ha dei problemi di cuore, e i medici ci hanno sconsigliato di muoverci, allora mi piace venire qua perchè nel mio quartiere c'è un gran mortorio, sembra tornato il coprifuoco. Qua ci sono tante facce, dei bei giovani, delle belle giovanotte abbronzate. E la gente sembra migliore, ride di più, si chiama a alta voce, scherza. Forse perchè stanno partendo, e sperano di trovare qualcosa di buono là dove vanno. Si parte per questo, no?
- C'è anche qualcuno che sta già tornando - disse il Silenzioso.
- Si', ritornano e allora osservo quelle belle scene che mi piacciono tanto, uno scende dal vagone e guarda in fondo al binario, affretta il passo e poi riconosce la persona che lo aspetta, e le corre incontro. Si vedono degli abbracci che non si vedono tutti i giorni. E certi baci appassionati! E' un momento che ci si vuole bene, magari un'ora dopo si litiga ed è già tornato tutto normale. E si hanno tante cose da raccontare; magari in vacanza non ti è successo granchè, ma raccontandolo tutto si colora, si trasfigura. Anche senza volere, la vacanza diventa più bella di come è stata: le cose brutte diventano quasi comiche, le cose belle diventano uniche. Non trova?
- Non lo so. Non racconto mai quello che mi succede in viaggio...
- Ce n'è anche quelli come lei, che si tengono tutto dentro, come un bel segreto, da coltivare durante l'inverno, come una pianta che si compra in vacanza e si mette sul balcone. E magari tornando si accorgono che gli mancava la loro vecchia città, che sentivano un pò di nostalgia. Il loro quartiere sembra meno noioso del solito. Fanno progetti, si dicono: "no, questo inverno non andrà come l'anno scorso". Magari questi progetti si spengono in fretta, ma che importa? E quelli che partono? Si stancano più a organizzare la partenza che a lavorare una settimana, ma sembrano contenti. Perchè sperano che là, nel posto dove arriveranno, ci sarà qualcosa di nuovo, che cambierà il loro destino. O magari gli basta qualche foto da guardare nelle sere d'inverno. Che ne pensa?
- Penso, - disse il Silenzioso con un sorriso sarcastico - che lei dovrebbe andarci piano con la birra.
- Parla come mia moglie, - sospirò il vecchio - ma vede, dal momento che non parto, non mi va di stare chiuso in casa a mugugnare da solo, o guardare alla televisione gli ingorghi sulle autostrade, o invidiare quelli che sono partiti. Vengo qui e faccio anch'io parte della festa, immagino dei posti al mare o in montagna, o in un'altra città, dove ci potrebbe essere qualcosa di speciale per me. Ecco, guardi quella ragazza: c'ha scritto sulla schiena "Ocean Beach". Se la guardo, già sento aria di mare, e vedo le palme.
- Guardi che "Ocean Beach" è la marca dello zaino. E non sente che qua dentro manca l'aria per la ressa?
- Ha ragione - disse il Parlante. - Si', anche a me spesso la folla dà fastidio. Divento nervoso nelle file, soffoco quando sono circondato dal traffico, mi viene da dar di matto, vorrei roteare il bastone e gridare via, via, lasciatemi un pò di spazio, due metri, tre metri almeno. E poi ci sono i rumori che ti svegliano la notte, i motorini, le facce ostili alla finestra, il nervosismo di quelli che credono di essere gli unici a patire il caldo. Si', qualche volta mi arrabbio, ma poi mi chiedo: vivere insieme in fondo non è questo? Difendere il proprio diritto ad avere un pò di spazio, aria, silenzio, rispetto, speranza, ma senza aver paura di ciò che ci circonda, non vedere nemici dappertutto, invasori, gente che ti passa davanti. Lei, se per strada qualcuno la urta, cosa pensa? Che l'ha fatto apposta?
- Ma che razza di domande, - si spazienti' il Silenzioso - e poi di che rispetto parla, non vede quanti barboni, quante persone inutili, miserabili, disperate, ci sono qua dentro?
- Forse ha ragione. Ma non li guardi nel momento in cui sono feriti, chini a terra, vinti. Li guardi nel momento che si tirano su, che sono allegri, che cercano di respirare. Guardi quel nero: carico come una bestia, va a vendere chissà cosa in chissà quale spiaggia, e canta. E guardi come si gode la sigaretta quella vecchiaccia. E quella coppia di ragazzi, beh, non sono proprio dei modelli di eleganza, ma vede come sono abbarbicati insieme a dormire, li' per terra...
- Si', capisco cosa pensa - prosegui' il vecchio. - Che lei è diverso, che non è affar suo occuparsene. Eppure sono sicuro che anche lei, almeno un giorno della sua vita, era ridotto da far pena. Ma negli ultimi tempi, in questo paese, si fa più in fretta a buttare via la gente. Si è accorciata la data di scadenza come gli yogurt. Vecchio, alè, scaduto. Drogato, alè, non dura un mese. Disoccupato, alè, tanto finisce male. Per carità non vorrei buttarla in politica. Ma di questo passo facciamo cittadini solo quelli che tengono il ritmo del gruppo, non so se lei si intende di ciclismo, o anche peggio, quelli che marciano tutti al passo, o quelli che c'hanno i soldi da farsi portare a spalla.
- Calma, calma, - disse il Silenzioso - altrochè politica, lei mi sta facendo un comizio!
- Ha ragione, sono un chiacchierone. Ma ogni giorno vedo gente diventare cattiva per niente, odiare quella che non conosce, ripetere i tormentoni della televisione invece di dire quello che c'ha dentro. Allora mi arrabbio. E a me, glielo dico subito, se la borsa sale o scende non me ne frega niente. Io vedo se sale o scende l'avidità e la cattiveria. E sa cosa le dico? Ma che miseria, che crisi! Noi siamo un paese che potrebbe esportarla l'allegria, come le arance, aiutare gli altri paesi, potremmo essere gente che regala la speranza, invece di aver paura di tutto e montare le fotoelettriche intorno alla casa.
- Ma che discorsi sconnessi. Ci vorrà pure un pò di ordine - sbuffò il Silenzioso.
- Ha ragione ha ragione, sto esagerando. Volevo solo spiegarle perchè passo il mio tempo qui. Perchè penso che bisognerebbe sempre sentirsi come se si partisse il giorno dopo, o come se si fosse appena tornati. Tutto diventa più prezioso; quello che si lascia e quello che si trova. Il dolore è facile da ascoltare, quello che arriva addosso, urla una voce terribile, è sempre lui a raggiungerti. La speranza è una vocina sottile, bisogna andarla a cercare da dove viene, guardare sotto il letto per poterla ascoltere. O venire in una stazione.
- I suoi sono discorsi da pomeriggio estivo, - disse il Silenzioso consultando l'orologio, - ma mandare avanti un paese è molto più difficile.
- Ne convengo - disse il vecchio sorridendo. - Mi scusi se le ho attaccato un bottone, vedo che lei sta partendo. Beh, spero che vada in un bel posto e che passi una bella vacanza.
- Grazie - disse l'uomo, e si allontanò, fendendo deciso la calca.
- E' difficile parlare con un uomo che ha gli occhiali neri, - pensò il vecchio - non si vede mai cosa pensa davvero. Forse l'ho annoiato. O forse il mio discorso lo ha toccato. Sembra che a certuni perlar di speranza metta paura. Eppure a me questa gente che parte e torna mette allegria. Si' , saran avidi, nervosi, pigri, disordinati, cialtroni, si spingono e si rubano il posto ma hanno diritto di provarci un'altra volta, han diritto di cercarsi un posto migliore, o di tornare a casa e ricominciare. Si, ricominciare almeno una volta prima di rassegnarsi. Non è molto, ma è qualcosa.
Una famiglia gli passò davanti di corsa, il treno stava arrivando. Un bambino correva goffo, trascinando un triciclo rumoroso. La bimba teneva la mano sul cappello di paglia per non perderlo. Il padre aveva un gilè da pescatore a trenta tacshe e naturalmente non trovava più il biglietto. La madre lo perquisiva rimproverandolo. Il barbone, guardando la scena; rise. Il nero addormentato si svegliò sbadigliando come un leone.
Il vecchio aveva finito la birra, si asciugò la fronte e usci', un pò barcollante, sulla pensilina del primo binario. Venendo dall'aria condizionata del bar, fu come tuffarsi nel brodo. Vide il Silenzioso che si avviava verso l'uscita. Gli sembrò che non avesse più la valigia, ma non ci fece troppo caso. Era troppo incantato a guardare la gente. Gli sembrava di aver scoperto qualcosa, qualcosa di importante che gli sarebbe servito per quello che gli restava da vivere.
"Se avessi con me un quaderno ce lo scriverei sopra" pensò.
"Oggi, stazione di Bologna, due agosto di un anno vicino al duemila, ore dieci e venti del mattino, tutti sono allegri perchè partono, e faccio finta di partire anch'io".
La tua vita è la tua vita.
Non lasciare che le batoste la sbattano nella cantina dell’arrendevolezza.
Stai in guardia.
Ci sono delle uscite.
Da qualche parte c’è luce.
Forse non sarà una gran luce ma la vince sulle tenebre.
Stai in guardia.
Gli dei ti offriranno delle occasioni.
Riconoscile, afferrale.
Non puoi sconfiggere la morte ma puoi sconfiggere la morte in vita, qualche volta.
E più impari a farlo di frequente, più luce ci sarà.
La tua vita è la tua vita.
Sappilo finché ce l’hai.
Tu sei meraviglioso gli dei aspettano di compiacersi in te.
In genere non parlo mai o scrivo di un libro se prima non ho finito di leggerlo. Può capitare che il finale mi deluda, o che nel leggere trovi pezzi via via sempre più belli. O che a metà lettura lasci il libro lì dov'è perchè non mi appassiona più. Ma questa volta voglio fare un'eccezione, perchè Shantaram ha un incipit che da solo vale quanto un libro intero. Varrebbe la pena acquistarlo anche solo per questo:
"Ho impiegato molto tempo e ho girato quasi tutto il mondo per imparare quello che so dell'amore, del destino e delle scelte che si fanno nella via. Per capire l'essenziale, però, mi è bastato un istante, mentre mi torturavano legato a un muro. Fra le urla silenziose che mi squarciavano la mente riuscii a comprendere che nonostante i ceppi e la devastazione del mio corpo ero ancora libero: libero di odiare gli uomini che mi stavano torturando oppure di perdonarli. Non sembra granchè, me ne rendo conto. Ma quando non hai altro, stretto da una catena che ti morde la carne, una liberta del genere rappresenta un universo sconfinato di possibilità. E la scelta che fai, odio o perdono, può diventare la storia della tua vita."
Il pianeta appresso era abitato da un ubriacone.
Questa visita fu molto breve, ma immerse il piccolo principe in una grande malinconia.
"Che cosa fai?" chiese all'ubriacone che stava in silenzio davanti a una collezione di bottiglie vuote e a una collezione di bottiglie piene.
"Bevo" rispose, in tono lugubre, l'ubriacone.
"Perche' bevi?" domando' il piccolo principe.
"Per dimenticare", rispose l'ubriacone.
"Per dimenticare che cosa?" s'informo' il piccolo principe che cominciava gia' a compiangerlo.
"Per dimenticare che ho vergogna", confesso' l'ubriacone abbassando la testa.
"Vergogna di che?" insistette il piccolo principe che desiderava soccorrerlo.
"Vergogna di bere!" e l'ubriacone si chiuse in un silenzio definitivo.
Il piccolo principe se ne ando' perplesso.
I grandi, decisamente, sono molto, molto bizzarri, si disse durante il viaggio.
Si ringrazia per l'ispirazione e
la trascrizione il PAZ
(in pratica il post l'ha fatto lui)
<<Sentinella, quanto resta della notte?"
La sentinella risponde:
"Viene il mattino, poi anche la notte;
se volete domandare, domandate".>>
"Ecco, Lucia: questa è la mia vita con te. Una vita felice per quanto è possibile e perchè forse abbiamo voluto che tale fosse. Il primo articolo della Costituzione americana, che ammiro, recita << Ognuno ha il diritto di battersi per la propria felicità>>, non dice che si ha diritto di averla. Tutto deve essere conquistato e ogni cosa ha un prezzo, ed è immorale parlare della felicità come una cosa che è a portata di mano, perchè non è vero.
Se uno guarda alla sua vita con un occhio lucido, non c'è un giorno in cui possa dire di essere stato completamente felice: io, ameno, non lo ricordo. QUando Bice, Carla e Anna erano piccole, ho letto loro dei versi di Trilussa:<<C'è un ape che si posa / su un bocciolo di rosa / lo succhia e se ne va... / Tutto sommato, la felicità / è una piccola cosa>>. Quindi bisogna apprezzare quello che ti danno i piccoli piaceri: il resto ci può anche stare, ma è un di più.
Per quanto mi riguard, qrrivato quasi al traguardo, rifarei tutto quello che ho fatto. E questo forse anche perchè credo che le nostre figlie possano dire: <<Si, papà ha fatto questo o quello, ma era sempre in buonafede>>."
Accade
che le affinità d'anima non giungano
ai gesti e alle parole ma rimangano
effuse come un magnetismo. É raro
ma accade.
Puó darsi
che sia vera soltanto la lontananza,
vero l'oblio, vera la foglia secca
piú del fresco germoglio. Tanto e altro
puó darsi o dirsi.
Comprendo
la tua caparbia volontà di essere sempre assente
perchè solo così si manifesta
la tua magia. Innumeri le astuzie
che intendo.
Insisto
nel ricercarti nel fuscello e mai
nell'albero spiegato, mai nel pieno, sempre
nel vuoto: in quello che anche al trapano
resiste.
Era o non era
la volontà dei numi che presidiano
il tuo lontano focolare, strani
multiformi multanimi animali domestici;
fors'era così come mi pareva
o non era.
Ignoro
se la mia inesistenza appaga il tuo destino,
se la tua colma il mio che ne trabocca,
se l'innocenza é una colpa oppure
si coglie sulla soglia dei tuoi lari. Di me,
di te tutto conosco, tutto
ignoro.
(Eugenio Montale, Satura; Satura II)
Da qui
di me che nulla sai ,saper potrai,
di me che il destino appaga,solo tu vorrai.
Un uomo aveva, in egual misura, un po' di coraggio e un po' di paura e li teneva per precauzione, in sacchi distinti di tela marrone. La paura lui usava sovente, ad ogni occasione, in ogni frangente, mentre il coraggio teneva protetto chiuso bel bello dentro un sacchetto. Ma poi s'accorse - strana la cosa - che la paura cresceva a iosa. E il coraggio , pur risparmiato, a vista d'occhio appena calato
M.G.Giraldo
Come avevo già scritto in un altro post (adesso non mi va di metterci il link ma si fa in fretta a cercarlo tra la mie cose....) - Come avevo già scritto in un altro post dicevo, penso che queste storie non siano messe li a caso, penso che siano li per insegnarci. Insegnarci a non tirarci indietro, ad essere più forti, più forti sempre.
E capita che da piccoli non capiamo, da grandi dimentichiamo.
Io, bimba grande -come è solito chiamarmi uno dei miei più grandi affetti- io sapevo essere forte, adesso non capisco come sia possibile, adesso ho dimenticato come si fa.
Io che della forza e dell'orgoglio avevo fatto i miei pregi....
Io che ci provo in continuazione: "E' solo una stupida citta, solo una stupida città, solo una stupida città, solo una stupida noiosa citta..."
Inutile. Non funziona.
Chi, infatti, non scapperebbe pieno di disgusto di fronte ad un uomo del genre, come di fronte a un mostro e ad un fantasma: un uomo che è diventato sordo a tutti i sentimenti naturali, che è privo di impulsi, che non è turbato dall'affetto o dalla pietà "più di una dura pietra o di come si erge immobile lo scoglio Marpesio", a cui non sfugge niente, che non sbaglia mai, ma scorge tutto come se foesse Linceo, che giudica con rigore assoluto, non perdona nulla, che solo è contento di se, lui solo è ricco, lui solo è sano, lui solo è re, lui solo è libero, insomma lui solo è tutto, ma lui solo si ritiene tale; un uomo che non sa che fersene delgi amici, non essendo amico di nessuno, che mette mano agli stessi dei, senza esitare,il laccio per impiaccarsi, che condanna e deride ogni aspetto della vita come insensato?
Eppure quel sapiente perfetto è un essere simile.
Ditemi, per favore, se fosse questione di voti, quale città andrebbe mai a cercare un magistrato del genere, che esercito si augurerebbe mai un tale comandante? Quale moglie poi potrebbe desiderare e sopportare un marito di questo tipo, che padrone di casa un convitato di tale natura, che servo un padrone con questi costumi? [...]
Ma già da un pezzo mi da fastidio parlare di questo sapiente, perciò è meglio che il discorso si volga aglia altri vantaggi che procuro.
Ognuno almeno una volta nella vita ha provato la sensazione stranissima di entrare in un gruppo nuovo. Si insomma in una cerchia di amici di cui magari conosci solo una persona, il gancio – per riprendere un concetto della Carrà che son certa non mi citerà per averla nominata invano (spero!).
Dicevo del gruppo…. Ecco. Anche a me è capitato, un paio di volte e ripensandoci mi sono resa conto che sempre e dico SEMPRE all’interno di un gruppo c’è la persona più “ambita”, quella che già le prime volte che frequenti il giro la guardi e dici: “Ecco, io voglio arrivare li. Voglio essere stimata da quella persona li”. Che non vuol dire che ci devi provare o chissà che.
Io intendo quella persona che magari non è una/o strafiga/ooil cui QI non supera quello di tutti i componenti del gruppo messi insieme. Parlo di quella persona che se rimane in disparte non è asociale, di quella persona che non è mai dimenticata quando c’è da proporre una cosa, anzi è la prima ad essere interpellata. Di quella persona che se non interviene non è perché non sa che dire, ma perché la sua mente è oltre quelle banali questioni. Di quella persona che se dice una cosa tutti l’ascoltano come se fosse Dio.
Parlo di chi magari rimane anche un po’ in disparte ma tu la guardi e pensi: “Questa persona potrebbe essere in qualsiasi posto eppure è qui. Sa quello che vuole, sa perché, ha nelle sue mani la risposta a tutte le domande di noi comuni mortali”. E poi ti capita di scoprire che ce l’ha sul serio la risposta. Ti capita di parlarci e la soluzione a tutti i tuoi drammi da cui non sapevi come uscire è la, a portata di mano, che basta allungare un dito per toccarla. Come se fosse sempre stata ai tuoi piedi e tu come una stupida la cercavi oltre l’orizzonte.
E poi ti capita una cosa bellissima. Ti capita che non sai come, ma davvero riesci ad avvicinarla una persona così. Ti capita che un giorno magari davanti ad una birra o su una panchina in piazza questa si volta e ti dice quello che pensa. Che magari queste cose non le dice a tutti, ma a te in quel momento si. E magari è anche una stronzata, che se te l’avesse detta qualcun altro te avresti pensato: “Si, ma a me che me ne fotte???”
E invece no, su quella panchina, sullo sgabello accanto a quel bancone ti sembra di essere la persona migliore del mondo, ti sembra ti essere stata elevata ad un livello che non è il tuo, e in effetti ti ci senti anche un po’ a disagio. Davvero non credevi di poter essere all’altezza.
Che poi capita anche che se una persona così ti volta le spalle la tua autostima subisce un colpodi quelli mai visti prima, ma non mi va di parlarne adesso.
Adesso voglio parlare di quella sensazione li, di quel bancone, di come ti sembra di essere una persona migliore. E per cosa poi? Davvero non capisci. Eppure era una cosa come un’altra, poteva dirtela chiunque, non avresti fatto una piega. Ma quella persona lì… Quella persona lì con una cosa così semplice ha saputo segnarti la vita.
E credo che le mie parole non bastino a dire una cosa del genere, e quindi lascio quelle di qualcuno che ha saputo spiegare una cosa simile molto meglio di quanto abbia fatto io:
-Quel ragazzino ha qualcosa.
-Chi Ultimo?
-Si.
-Non ha niente.
-Si, ha qualcosa.
Libero Parri alzò gli occhi al cielo, imbarazzato, come uno beccato a giocare a carte.
-Non è niente, è solo… E’ che ha l’ombra d’oro.
-Prego?
-E’ una cosa che si dice da queste parti. Ci sono quelli che hanno l’ombra d’oro. Tutto qui.