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C’è che ieri sera mi è capitato di vedere questo film. Cioè.. non è che è proprio capitato, sono mesi che lo cerco dappertutto, anche sul mulo (che ovviamente al suo posto mi ha regalato porno d’autore). Sta di fatto che ieri mattina sfogliando la pagina degli eventi del City leggo che lo proiettano al Lumière (lo dicevo che era un cinema da grandi!) e udite udite… c’era anche l’incontro con il regista e i due attori principali. Inutile dire che mi ci sono letteralmente fiondata. Che dire del film?? Innanzitutto non si può non parlare dell’ambientazione. Lo so che in pochi possono capire quello che scriverò nelle due frasi successive, ma una Matera vista così non può che lasciarti a bocca aperta. Una Matera vista così mi ha lasciato tutto il tempo del film col sorriso sulle labbra e con le lacrime agli occhi. Poi il film parla di questo tizio che ha il dono di trovare l’acqua o meglio come dice lui “Io e l’acqua siamo buoni amici, da quando sono piccolino. Lei ha un’anima e io la sento”. Il film parla di questo tizio grande e grosso che trema, si nasconde, che scappa davanti ad uno sguardo triste. Il film parla di questo tizio che sa guardare in faccia la morte. Il film parla di questo tizio molto solo che vive con il fantasma della madre che gli dispensa consigli, quelli saggi, quelli di una volta, quelli che “le cose arrivano sempre al momento giusto”. Il film parla di questo tizio che sorridendo, recita ad alta voce “Quindi per favore, non parlarmi più di rivoluzione...E porca troia, lo sai che succede dopo? Niente...tutto torna come prima”. Il film è pieno di rimandi di questo tipo. Il film è una miniera. Il film parla dell’acqua, di come sia indispensabile alla vita, il film inizia con l’immagine assoluta della vita. Il film parla di come c’è gente che con la vita ci specula… ma non voglio raccontare di questo. Voglio parlare della filosofia che c’è alla base del film. Un film “fatto con i soldi di uno spot di Raiuno” come ricorda l’attore principale. Un film indipendente, fuori dalla grande distribuzione. Inutile dire che con la grande distribuzione non condivide la scarsa qualità. Bello ascoltare parlare il regista di come dovrebbe essere, di come dovrebbe girare il nostro mondo, di come siamo abiati a non dare più tanta importanza alla cultura. Bello soprattutto sentirsi dire che si può fare ancora qualcosa. Bello sentirselo dire da una persona che al suo sogno ci si è aggrappato con le unghie e con i denti. E ha regalato a tutti un film che è davvero un piacere guardare.
Mi riprendo la mia vita con una serata al cinema. 19.45: è deciso! Chiudo con Marx, lo lascio sulla mia scrivania (tanto lui non se la prende….) e vado al cinema. Sola. Maglia, I-pode (ovviamente in random) ed esco. Le strade sono sempre le stesse, ormai potrei farle anche ad occhi chiusi. Solo un po’ mi rattrista pensare che ho dei ricordi di te persino qui. Altri giorni ne sarei stata contenta. Oggi no. Oggi voglio stare con me. Quindi alzo il volume. l’I-pode non tradisce mai. Invece delle solite canzoni che sanno di te mi lancia nelle orecchie “Viaggio Solo”. Perfetto. Il film che ho scelto è “Signorinaeffe”. Lo so. La sua storia d’amore ce l’ha, ma non l’ho scelto per quello. L’ho scelto perché è uno di quelli che piacciono a me. Uno scorcio di ambientazione storica. Squarci di filmati di quegli anni, immagini rubate alla vita vera. I 40 giorni della Fiat per la precisione. Gli anni ’80. Gli anni dell’Italia delle rivendicazioni operaie. Gli anni delle famiglie del centro-sud che oggigiorno “La Fiat è una grande garanzia”. Gli anni delle domeniche a pranzo con timballo di maccheroni e parmigiana. Gli anni del dopopranzo a ricordare il sole su fotografie in bianco e nero. Gli anni che operaio o universitario non contava. Era l’Idea che regnava sovrana. Gli anni del “Sono stanca” - “Anche io sono stanco” – “Si, ma io ho lavorato, tu hai scioperato” – “Allora tu sei stanca e schiava, io sono stanco e libero”. Gli anni che “non puoi più dire alle donne quello che devono o non devono fare”. Gli anni in cui il Pci era ancora un partito e non un piccolo spicchio di una torta troppo colorata. Gli anni in cui si possono immaginare il vino e le chitarre davanti ai cancelli chiusi delle fabbriche. Gli anni della marcia dei 40.000. Gli anni che alla fine gli imprenditori vincono. E poi ho pensato un’altra cosa, che non c’entra niente con il film o con la politica. M’è venuto da pensare che dopotutto non voglio farmi promesse o farne a te. Dirti che da oggi non ci sei più o dirmi che non mi permetterò di lasciarti più spazio. Non voglio nemmeno sapere se queste promesse sarei in grado di mantenerle. Stasera voglio solo godere di me. Perché insomma, alla fine il film non era per niente male, anzi compresa la colonna sonora (che poteva vantare un pezzo come “Cara” di Dalla), direi che un bel 9 pieno ci sta. Però io… Io sono da 10 e lode. Ho già parlato in un post di questo film, ma stamattina mi è capitata davanti agli occhi questa immagine. Era in un post di Beppe Grillo che parlava dei santi laici del 2007. Mi è venuto da pensare che di queste cose non se ne parla mai abbastanza, quindi eccomi qui...
Il testo è qualcosa di incredibile, io credo.
Ogni volta che lo rivedo, a questa scena proprio non resisto. Lo so è sdolcinato e anche troppo romantco, ma io proprio non resisto... mi sciolgo!! “Uno sale qua sopra e potrebbe anche pensare che la natura vince sempre, che è ancora più forte dell’uomo, e invece non è così. In fondo tutte le cose anche le peggiori una volta fatte poi si trovano una logica, una giustificazione per il solo fatto di esistere. Fanno ‘ste case schifose, con le finestre di alluminio, i muri di mattoni vivi. – Mi stai seguendo? – Eh, ti sto seguendo. – I balconcini… la gente ci va ad abitare e ci mette le tendine, i gerani, la televisione… e dopo un po’ tutto fa parte del paesaggio, c’è, esite. Nessuno si ricorda più di come era prima, non ci vuole niente a distruggere la bellezza – Va bè ho capito, ma allora? – E allora, allora invece della lotta politica, la coscienza di classe e tutte le manifestazioni e ‘ste fissarie bisognerebbe ricordare alla gente che cos’è la bellezza, aiutarla a riconoscerla, a difenderla… è importante la bellezza. Da quella scende giù tutto il resto”. Certe volte mi manca quello sguardo così pieno di vita. Penso che anch'io vorrei essere così, sempre... E mo che mi vuoi dire? Delle voci, eh? Delle corse da un pozzo all’altro? E non sei contento? Ma è un gran regalo, è una fortuna, così detto Salvini… doppia fortuna! Mi fai rabbia per quanto sei fortunato! Non devi capire, guai a capire. E che faresti dopo? Tu devi solo ascoltare, solo sentirle quelle voci, e augurarti che non si stanchino mai di chiamare.
Non esistono altre parole per spiegare. E' così. E' la vita. Quella tanto vera da fare male. I fantastici canali e il mare di Venezia fanno da sfondo all’incredibile storia di questa donna sposata, donna come tante passata da padre a marito, che dopo un ‘incidente’ in un autogrill, decide di prendersi un giorno di vacanza dalla famiglia. La gentilezza di un cameriere d’altri tempi, l’opportunità di un lavoro proveniente dal passato e dei bigliettini lasciati su di un tavolo insieme alla colazione la portano a trasformare la sua vacanza in vita ordinaria. Dei sogni grotteschi e insieme comici, tradendo l’apparente leggerezza con cui la donna prende le sue decisioni, sono il luogo dove riaffiorano i rimorsi per la famiglia. I fiori, il suono di una fisarmonica e i versi di Omero sono il tocco magico che completa la storia. Giudizio complessivo: WOW
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